Poetica

L’uomo è il più sapiente di tutti i viventi perché ha le mani.

Anassagora

 

L’idea di fondo che muove la mia ricerca pittorica si svolge come una sorta di diario, la tela come una pagina bianca, silente amico a cui confidarsi o implacabile giudice di un tribunale senza appello: la tela bianca è senza nome, senza colore e senza parola, muto confessore di tutti i dubbi e le incertezze, potenzialità assoluta.
Lo sguardo si fissa in un dettaglio, che fermato all’attenzione richiama spesso a sensazioni o ricordi, stati d’animo cangianti e difficilmente afferrabili: la speranza è quella di rendere eterni brevi attimi di vita e la volontà è quella di colmare l’enigma del reale. Ciò si concretizza nell’osservazione di dimessi oggetti della vita quotidiana, nel focalizzare l’attenzione su dettagli di corpi umani, soprattutto sulle estremità: attraverso mani e piedi avviene il primo contatto dell’uomo con il mondo esterno.
Le mani sono uno strumento essenziale della ragione per la costruzione della cultura, collaborano con l’intelletto per giungere ad un lavoro intelligente, partono dalla creazione della tecnica e arrivano all’arte. Con la manualità dell’intelletto e l’intellettualità delle mani l’uomo, attraverso la storia, si è fatto artefice e poi artista.
I piedi sono il primo veicolo grazie al quale l’uomo si muove nello spazio, sono stati analizzati specialmente nel corso del XX secolo, sia come indice di distinzione dalle altre specie animali, sia come oggetto che suscita movimenti inconsci di attrazione/repulsione (Bataille, nel saggio “L’alluce”, analizza lo scarto tra la ripugnanza e la seduzione che suscita il piede, in un excursus storico dall’antichità ad oggi).
Mani e piedi, quindi, come archetipi del corpo e delle relazioni fra corpi, fra il corpo e il suo riflesso, fisico come in uno specchio o come proiezione psichica, tra il corpo e le sue costrizioni interne ed esterne.
Lo sfondo, di contro, cerca di “mangiare” il soggetto ritratto, riportandolo in un’atmosfera bianca quasi di oblio: la lotta, che non vuole essere né epica, né altisonante, si materializza nel bianco e nero delle forme, che vorrebbero rimanere plastiche, anche se per poco. La materia, intesa come processo in divenire, è soltanto la forma di un momento cangiante, cristallizzato quasi come sulla pagina bianca di un diario.
Mani, piedi, volti come tessere di un mosaico più grande, alla ricerca, o piuttosto speranza, di una ricostruzione, un ritorno alle origini dell’uomo che è stato, nel corso di questi ultimi secoli, decostruito in ogni suo aspetto, mantenuto nell’illusione di una libertà da tutto e da tutti, dallo spazio e dal tempo, che prima o poi dovrà fare i conti con se stesso, nella sua interiorità solitaria e non connessa, in silenzio, forse nel silenzio monocromatico.